
Dove il narratore racconta del suo avvicinamento all’oggetto
d’indagine, non a caso raccontando di un viaggio
Il treno parte da Milano da un binario disagiato, ai margini
della grande volta di ferro e di vetro. Qualche carrozza svizzera, semivuoto.
Gallarate. Poi Arona, il lago scorre nel finestrino.
Stresa pochi giorni prima di Natale. Ghiaccio per terra, bisogna fare
attenzione scendendo lungo la stradina scoscesa verso il lungolago.
Gli occhiali si appannano dietro la sciarpa, fa freddo, il lungolago
è deserto e perfetto nella sua bellezza fuori dal tempo; nella
stagione morta è più facile ricordare la villeggiatura
di un tempo, tradizione mitteleuropea, lusso aristocratico, altoborghese,
i grandi alberghi bianchi, maestosi, vetrate e dorature sulle facciate,
passeggiavano lungo la riva signore, ombrellino e vita di vespa, gentiluomini
con ricchi mustacchi, tuba o bombetta, carrozze.
Ora i grandi alberghi sono soprattutto luogo di convegni, incontri ufficiali,
ma qualcosa ancora resta del passato, qualche ospite illustre, quel
magnate arabo che quando viene occupa un intero piano, con il suo seguito,
il suo harem e le sue guardie del corpo. Ma il mondo è cambiato,
anche i camerieri sono diversi, d’inverno che senso ha starsene
a Stresa, e allora capita che per pura coincidenza il docente dell’Istud
abituale frequentatore dell’albergo e il cameriere che sverna
viaggiando in Oriente si incontrino in qualche luogo sperduto dell’India
o della Thailandia.
L’Istud ha sede in una schiera di bassi edifici grigi, dietro
l’albergo.
La finestra a tutta parete inquadra un panorama immobile, uno squarcio
di lago, le montagne bianche sullo sfondo. Sono qui per ascoltare un
racconto. E per metterlo in pagina come fosse un romanzo.
A raccontarmi per prima la storia di questo progetto sarà una
segretaria, anzi, una ex segretaria. Non un responsabile, un coordinatore,
un capo: una segretaria che, per mancanza di alternative e per capacità
dimostrate sul campo, ha assunto di fatto, nel corso del tempo, un ruolo
chiave.
E già in questo sta il senso del progetto: aver costretto, o
spinto, persone verso un profondo cambiamento. E già in questo
–parallelamente, specularmente– sta il senso di questo racconto.
Parlare di un serio, complesso progetto di sviluppo, di una iniziativa
che vede coinvolti Comunità Europea, Ministero del Lavoro, Regione,
le Associazioni Industriali, alcune delle migliori teste della consulenza
strategica italiana, centinaia di professionisti, investimenti per dodici
miliardi, parlare di questo progetto scegliendo dall’inizio di
guardare dietro le quinte, trascurando per principio i documenti ufficiali,
rinunciando sin dove sarò capace alle espressioni tecniche; raccontando
cose che sono successe, non le cose che dovevano succedere.
Perché ogni storia ha una superficie liscia, levigata, Tutto
ciò che accade può essere raccontato a partire dalle opinioni
condivise. Tutto può essere semplificato, anestetizzato; possiamo
sempre concludere, autogiustificandoci ed autopremiandoci che ‘siamo
stati bravi’. Si può sempre cogliere un nesso semplice
e chiaro tra un punto di partenza ed un punto di arrivo. Possiamo sempre
convincerci che ‘siamo arrivati proprio dove volevamo arrivare’.
E che ‘sapevamo già tutto prima’. Si può persino,
senza fatica, trovare il senso della nostra storia in pagine già
scritte: si trova sempre un libro già scritto che sembra raccontare
la nostra storia.
Ma si può anche scegliere –ed è quello che facciamo
qui– la via opposta. Guardare la nostra storia non come superficie
liscia e levigata, ma come intrico di crepe e di inciampi. Non limitarci
a cercare conferme, non rimuovere la fatica, le incertezze, sforzarsi
di capire ‘cosa è successo davvero’.
A voler guardare, ogni progetto è l’attraversamento di
un territorio impervio, ignoto. E la sua storia, raccontata, ci appare
per quella che è: una storia ‘diversa da tutte le altre’.
Una storia ricca di insegnamenti per noi che l’abbiamo vissuta
e per tutti coloro ai quali sapremo raccontarla..
Ricca per noi, che mentre la vivevamo eravamo condizionati dal particolare
punto di vista del nostro ruolo; e che –presi dall’ansia
di fare– non abbiamo forse avuto modo di riflettere abbastanza.
Ricca per gli altri, speriamo uno stimolo a lavorare con maggiore attenzione,
con maggiore intensità, con maggiore convinzione delle proprie
capacità.